Le Vittorie Alleate in Africa Contro l’Asse

L’Africa del Nord, tra il 1942 e il 1943, fu un fronte decisivo della Seconda Guerra Mondiale, un deserto di sabbia e roccia dove gli Alleati strapparono all’Asse un pezzo fondamentale del suo dominio. All’inizio del 1942, Germania e Italia controllavano una striscia che andava dalla Libia all’Egitto, una linea strategica che minacciava il Canale di Suez, l’arteria vitale del Regno Unito per collegare l’Europa all’India e all’Asia. A guidare le truppe dell’Asse c’era Erwin Rommel, la “Volpe del Deserto”, un generale tedesco con un talento raro: sapeva muovere carri armati nel deserto come un pittore usa il pennello, veloce e imprevedibile. Aveva quasi preso Alessandria, arrivando a un passo dal canale, ma gli Alleati decisero che era ora di fermarlo. La svolta arrivò con la battaglia di El Alamein, in Egitto, un nome che sarebbe entrato nella storia.

Gli inglesi, sotto il comando di Bernard Montgomery, si prepararono come mai prima. Montgomery era un uomo metodico, con gli occhiali e un berretto che lo rendevano riconoscibile tra i suoi uomini. Aveva a disposizione la Ottava Armata, un mix di inglesi, australiani, neozelandesi e indiani, con più carri armati, aerei e cannoni di quanti Rommel potesse sognarne. Il 23 ottobre 1942, l’attacco iniziò. Per giorni, l’artiglieria britannica martellò le linee italo-tedesche: il rumore dei cannoni rimbombava nella notte, la terra tremava sotto raffiche che sembravano non finire mai. Rommel aveva piazzato mine ovunque, campi di morte nascosti sotto la sabbia per rallentare l’avanzata. Ma Montgomery non aveva fretta: mandava avanti i suoi uomini con calma, passo dopo passo, logorando il nemico. Dopo due settimane di scontri, il 4 novembre, i tedeschi e gli italiani si ritirarono. Fu una vittoria schiacciante: Rommel perse circa 30.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri, mentre l’Italia vide migliaia dei suoi soldati svanire nel deserto.

Da El Alamein, gli inglesi non si fermarono. Avanzarono verso ovest, inseguendo Rommel lungo la costa libica. Presero Tobruk, una città che era stata un baluardo dell’Asse, un porto dove i tedeschi avevano resistito per mesi. Poi, il 23 gennaio 1943, entrarono a Tripoli, la capitale della Libia italiana. Le strade erano piene di bandiere inglesi, ma anche di polvere e rovine: la città, colpita da anni di guerra, era un’ombra di sé stessa. Mussolini, dall’Italia, guardava impotente. Le sue truppe erano allo stremo: mancava benzina per i camion, cibo per i soldati, armi decenti per combattere. I generali italiani mandavano telegrammi a Roma, lamentandosi che i rifornimenti non arrivavano, ma il Duce non aveva risposte. Montgomery, invece, usava jeep e carri leggeri per muoversi veloce nella sabbia, tenendo il Canale di Suez al sicuro e aprendo la strada a una controffensiva più grande.

Ma El Alamein era solo l’inizio. Gli Alleati volevano cacciare l’Asse dall’Africa per sempre, e per farlo serviva un colpo ancora più deciso. L’8 novembre 1942, iniziò l’Operazione Torch, uno sbarco ambizioso sulle coste del Nord Africa occidentale. Gli americani, guidati da Dwight Eisenhower, un generale con la faccia da contadino e la mente da stratega, sbarcarono in Marocco e Algeria. Erano terre sotto il controllo della Francia di Vichy, il governo collaborazionista di Philippe Pétain che obbediva a Hitler. Eisenhower portò 70.000 uomini – americani e inglesi – con navi che oscuravano l’orizzonte e aerei che ronzavano sopra le onde. C’erano anche i francesi liberi di Charles de Gaulle, un gruppo di esiliati che odiavano Vichy e sognavano di riprendersi il loro Paese. Lo sbarco fu un successo quasi immediato: le truppe di Vichy, mal equipaggiate e senza voglia di morire per una causa persa, si arresero in fretta. A Casablanca e Algeri, le bandiere a stelle e strisce sventolarono entro pochi giorni.

I tedeschi non stettero a guardare. Mandarono rinforzi in Tunisia, l’ultimo bastione dell’Asse in Africa, dove Rommel si ritirò per organizzare una difesa disperata. Era malato, stanco, con gli occhi cerchiati e il morale a terra, ma provò comunque a colpire. Nel febbraio 1943, attaccò gli americani al passo di Kasserine: all’inizio vinse, sfruttando l’inesperienza delle truppe statunitensi appena arrivate. Ma fu una vittoria breve. Gli Alleati si riorganizzarono: Montgomery avanzò da est, spingendo dalla Libia, mentre Eisenhower chiudeva la tenaglia da ovest. A maggio, i tedeschi si ritrovarono schiacciati. Il 13 maggio 1943, l’Asse si arrese in Tunisia: più di 250.000 soldati, tra tedeschi e italiani, marciarono verso i campi di prigionia, le mani alzate e le uniformi coperte di sabbia. Fu la fine della presenza dell’Asse in Africa, un colpo che risuonò fino a Berlino e Roma.

Questa vittoria non fu solo una questione di territorio. Gli Alleati presero il controllo del Mediterraneo: le navi potevano passare senza paura dei sottomarini tedeschi, portando rifornimenti da Gibilterra al Medio Oriente. L’Italia perse la Libia, una colonia che Mussolini aveva vantato come simbolo del suo impero, e il Duce si ritrovò sempre più isolato, con un Paese che iniziava a dubitare di lui. Gli inglesi e gli americani guardarono avanti: l’Africa era loro, e ora potevano puntare all’Italia stessa, il ventre molle dell’Asse. Rommel tornò in Germania, sapendo che il deserto non era più suo. Tra il 1942 e il 1943, l’Africa del Nord passò di mano, un momento chiave che mostrò al mondo che Hitler poteva essere battuto, che la sua macchina da guerra aveva limiti. Fu una luce nel buio, un segnale che la marea stava cambiando.

 

La Seconda Guerra Mondiale

  1. Le Cause della Seconda Guerra
  2. L’Europa sotto l’Asse: 1939-1941
  3. La Svolta del 1942: Stalingrado
  4. Gli Alleati in Africa: 1942-1943
  5. Lo Sbarco degli Alleati in Italia del 1943
  6. Il D-Day e la Liberazione: 1944
  7. La Fine della Seconda Guerra Mondiale: 1945
Storia e Filosofia
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